LOST EVERYTHING

LOST EVERYTHING Musica NFT

Testo

I lost everything

I lost my lover
I lost my friends
I lost my parent
I lost my teacher
I lost my community
I lost my social value
I lost my conviction
I lost my patriots

I lost P@NK SPIRITS
I lost P@NK SPIRITS
I lost P@NK SPIRITS
I lost P@NK SPIRITS
I lost P@NK SPIRITS
I lost P@NK SPIRITS
You want to make me your slave

I lost everything
I lost my God
I lost my God
I lost my bible
I lost my bible
I lost RAHAB
I lost RAHAB
You want to make me your slave

I went to a suicide spot the other day
in a drunken stupor I heard him saying come here
I know that you people want me to die there Sorry.
I was too scared to die RAHAB,
How clever you are RAHAB,
You are part of that genealogy I’m worthless in this world.

I lost everything

I lost my house
I lost my parent
I lost my brother
I lost my sister
I lost my baby
I lost my organ
This is genocide PLEASE RESCUE ME!

I lost self-esteem
I lost self-esteem
I lost self-esteem
I lost self-esteem
I lost self-esteem
I lost self-esteem
But I haven’t lost sight of the hope of living

Considerazioni

Quest’opera è una preghiera, una maledizione e un resoconto di auto-salvezza, costruita attorno a una raffica di perdite. La frase ripetuta all’infinito “I lost …” è più di un semplice elenco di eventi. Nel contare una dopo l’altra le cose perdute, il soggetto sta tracciando i contorni del proprio essere. Emerge un paradosso: non è ciò che si possiede, ma ciò che si è perduto a rivelare l’immagine di sé. Questo rovesciamento è la forza trainante del brano e, allo stesso tempo, risuona con lo spirito punk del “ripartire da zero”.


1. La litania della perdita e l’espansione di scala

L’elencazione che inizia con “I lost everything” amplia il proprio raggio d’azione dall’intimo (lover, friends, parent, teacher) → al comunitario (community, social value, conviction, patriots) → fino agli ideali e alla fede (God, bible).
Man mano che gli oggetti della perdita si estendono dalle persone vicine alla società, e poi all’ambito trascendente, il dolore della perdita risuona come crollo di un’intera visione del mondo più che come una serie di eventi isolati.

Ciò che conta qui è che il soggetto tenta di quantificare le proprie perdite. La ripetizione diventa rituale, trascende il semplice sfogo emotivo e incide la perdita come una catena di dati primari. Questo ricorda la forma di una “litania”: a ogni parola aggiunta, i contorni del vuoto si fanno più netti.


2. Il paradosso di “P@NK SPIRITS”

Il grido ripetuto “P@NK SPIRITS” è simbolico, anche nella grafia con la “@”. Inserendo un simbolo digitale nel “PUNK” tradizionale, la ribellione old-school viene collegata all’anonimato e alla disconnessione dell’era di internet.

Ciò che affascina è che urlare che è stato “perso” dimostra, paradossalmente, la vitalità del punk stesso. La dichiarazione di perdita diventa testimonianza di sopravvivenza. Più si insiste che qualcosa non c’è più, più continua a covare all’interno.

Questo paradosso è al centro del brano: “proprio perché è perduto, può ancora essere nominato”. La capacità di dare un nome nega l’estinzione completa.


3. La paura dell’asservimento — La voce del potere

Il verso “You want to make me your slave” collega il crollo individuale alla pressione sociale. Il “you” qui non indica una persona specifica, ma può essere letto come l’insieme delle forze collettive di norme, conformismo, sistemi, algoritmi, nazionalismo — tutte tese a ridurre il soggetto a una “risorsa utilizzabile”.

In dialogo con versi come “I lost my social value”, “I lost my conviction”, “I lost my patriots”, il soggetto denuncia sia il dolore dell’essere spinto fuori dal sistema di valori, sia il tentativo di sfruttare tale esclusione come pretesto per l’assoggettamento. La perdita non è semplice indebolimento: funziona come canale verso l’obbedienza. Mettere a nudo questo meccanismo è il filo tagliente di questo verso.


4. La finestra di Rahab — Una storia di salvezza degli outsider

L’invocazione improvvisa di “RAHAB” a metà brano richiama una figura marginale del Libro di Giosuè nell’Antico Testamento. Pur essendo una donna di una città straniera, Rahab sceglie l’azione sulla soglia della distruzione e viene infine intrecciata nella “genealogia”.

I versi “RAHAB, How clever you are / You are part of that genealogy” celebrano sia l’astuzia di sopravvivere sul confine dell’etica, sia il rovesciamento per cui chi era fuori dal canone viene inscritto nel suo centro.

Pur definendosi “worthless”, il soggetto vede in Rahab uno specchio della possibilità di rivalutare il proprio valore. Anche mentre afferma di aver “perso” God e la bible, il tendere verso una scappatoia biblica può essere interpretato come desiderio di una narrazione che vada oltre la fede stessa. Anche senza appartenere, la narrazione può ancora salvare.


5. Il margine del suicidio e l’etica della paura

“I went to a suicide spot … Sorry. I was too scared to die.”
Questo è il momento più crudo. Colpisce che l’esito non venga espresso come “ho vissuto”, ma come “non sono riuscito a morire”. Pur suonando come una dichiarazione di sconfitta, dal punto di vista etico è profondamente affermativa.

La paura stessa può fungere da diga a protezione della vita. Non è attraverso un trascendimento coraggioso, ma tramite una esitazione vergognosa che la vita continua. Il soggetto confessa vergogna, ma è proprio quella paura a prolungarne il tempo.

In risonanza con “But I haven’t lost sight of the hope of living”, la paura diventa il sensore minimo che impedisce di perdere di vista l’afterimage della speranza.


6. La perdita del corpo e l’iperbole del genocidio

Il verso “I lost my organ” porta in sé un doppio senso: organo biologico oppure organo musicale. In ogni caso, si tratta della perdita di uno strumento con cui far risuonare se stessi.

Quando questa catena cumulativa di perdite salta alla parola “genocide”, il testo prende in prestito il vocabolario della violenza storica. È una esagerazione, ma segnala la sensazione che l’esperienza del soggetto sia continua con l’annientamento e l’esclusione sistemici.

L’iperbole funziona come iperbole: amplifica il grido “PLEASE RESCUE ME!” trasformandolo in un megafono.


7. La ripetizione dell’autostima e la speranza minima della vista

Le ripetizioni multiple di “I lost self-esteem” rendono visibile come l’autovalutazione non crolli con un solo colpo, ma attraverso un’erosione cronica, ripetuta.

Eppure, un punto di svolta arriva nell’ultimo verso: “But I haven’t lost sight of the hope of living.”
Il soggetto non afferma di possedere la speranza, solo di non aver perso la capacità di vederla. Non possesso, ma percezione. Una dichiarazione modesta ma resiliente: anche senza tenerla in mano, la si può comunque vedere.

Finché la vista resta, non si perde la direzione. In dialogo con l’incipit “I lost everything”, ciò che sopravvive debolmente al di fuori di “everything” è soltanto la vista. Questa diventa l’ultimo patrimonio rimasto.


8. Forma e implicazioni sonore

Il paesaggio sonoro implicato dal testo è una massa di ripetizioni. I versi elencativi colpiscono in raffiche secche, con brevi pause, mentre il ritornello “you want to make me your slave” intorbida gli accordi.

Il “P@NK SPIRITS” ripetuto espande il coro a ogni nuova nominazione di perdita, invitando le voci del pubblico a sovrapporsi. La forma negativa “I lost …” si trasforma, in esecuzione, nell’affermazione “I can still scream.” Questa struttura si sposa naturalmente con l’energia live del punk.

Verso la fine, spogliare il suono su “But I haven’t lost sight …” e lasciare solo l’eco su “living” rafforza il significato tramite l’audio. Qui il silenzio non è sconfitta, ma un adattamento oscuro che rende possibile vedere.


9. Tipografia e spirito del tempo

La “RAHAB” tutta in maiuscolo, il “P@NK” pieno di simboli, la ripetizione di frasi identiche, le frasi brevi: tutto ciò riflette un’alfabetizzazione forgiata nell’era post-internet della velocità e della retorica post-verità, dove l’enfasi finisce per somigliare alla verità.

Invece di metafore complesse o lunghe orazioni, sono i frammenti e i marcatori di enfasi a garantire la densità della realtà percepita. L’uso eccessivo di maiuscole e brevità miniaturizza la rabbia in unità portatili.

La rabbia portatile si diffonde facilmente nel canto collettivo — qui risiede l’affinità tra il punk e la natura virale delle SNS.


10. Conclusione — “Perché è perduto, può essere visto”

“LOST EVERYTHING” è allo stesso tempo un bilancio totale delle perdite e una narrazione della percezione. Continuare a nominare ciò che è perduto, lasciare che la voce si sovrapponga a quelle altrui, permettere alla paura di prolungare la vita, scommettere su di sé nella storia dell’outsider che scivola da fuori a dentro — tutto questo non sono grandi vittorie.

Ma la musica funziona come punk non quando finge il trionfo, bensì quando dà voce al reboot da sotto lo zero. Ciò che rimane alla fine non è la “speranza” in sé, ma lo “sguardo sulla speranza”. Una visione fioca, ma sufficiente a fissare la direzione.

Alla coda della ripetizione “I lost …”, questa vista appena sopravvissuta diventa il faro dell’intero brano. La litania delle perdite si trasforma in un rituale di custodia di quella luce tenue.

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