Lyrics
This is the end of globalism.
A beggar wanders in the rough land.
Those in power are well fed.
Those who do not flatter it will starve and suffer.
Days of eating crickets and cockroaches.
We have no idea how long this has been going on.
But I’ll still keep dancing.
If it’s any consolation to anyone.
I am still alive.
I am still human.
I am still waiting.
I am still dancing.
I have not given up.
I will never walk alone.
I wii find my friends.
Don’t get in my way.
WELCOME TO MY SECRET BASE.
(What did you ask of God? Salvation? Deliverance from sin? )
I WILL JUST KEEP DANCING.
(Do you want to be loved? Do you want to be loved? )
NO MORE CRY.
(“God is dead!” “God is dead!”, “What is sin? “What is sin?”)
SMILE AGAIN.
(This place is hell.There is no paradise.)
Consideration
Il testo sembra un “manifesto di sopravvivenza” in un mondo dove non crolla solo l’economia, ma anche il senso. “This is the end of globalism” non suona tanto come uno slogan politico quanto come l’annuncio che i legami che tenevano insieme il mondo (scambi, regole, narrazioni comuni) si sono spezzati. Subito dopo, la prospettiva si restringe sul corpo: “A beggar wanders in the rough land.” Qui l’apocalisse non è spettacolare: è la fame che diventa normalità.
Il potere viene definito in modo fisico, attraverso il cibo: “Those in power are well fed.” Il controllo non ha bisogno di violenza continua se può decidere chi mangia. La frase successiva esplicita il meccanismo: “Those who do not flatter it will starve and suffer.” L’adulazione diventa una tassa per restare vivi; l’obbedienza si compra con calorie. L’immagine di “crickets and cockroaches” è centrale: non parla solo di scarsità, ma di umiliazione e di perdita di dignità nel quotidiano. Il contrasto è secco—i sazi sopra, gli insetti sotto—quasi un nuovo feudalesimo più che una crisi temporanea.
Il punto di svolta è “But I’ll still keep dancing.” La danza qui non è svago: è una forma di resistenza e una tecnica per non morire dentro. Quando parole, status e perfino la dieta vengono confiscati, il ritmo resta uno degli ultimi territori non del tutto controllabili. “If it’s any consolation to anyone” aggiunge un livello comunitario: non è solo auto-consolazione, è un gesto che vuole diventare luce per qualcun altro.
La ripetizione—“I am still alive / still human / still waiting / still dancing”—sembra un incantesimo di auto-riconoscimento. Il mondo prova a ridurre l’io a “mendicante”, “scarto”, “numero”, e quindi l’io deve ripetersi: “sono ancora umano”. Ma non è una speranza ingenua. “I will never walk alone” e “I will find my friends” indicano che la salvezza non arriva dall’alto: arriva dagli amici, dalla solidarietà. E “Don’t get in my way” traccia un confine duro: per sopravvivere serve soggettività, non solo resistenza passiva.
“WELCOME TO MY SECRET BASE” apre uno spazio-rifugio: può essere un luogo reale (un nascondiglio) o la musica stessa (il club, il palco, le cuffie). Ma appena entrati, arrivano domande tra parentesi: “Cosa hai chiesto a Dio? Salvezza? Liberazione dal peccato?” È come se la voce del sermone, della propaganda o del giudice interiore invadesse il rifugio. La risposta però non entra nel dibattito metafisico: “I WILL JUST KEEP DANCING.” Se non c’è una teologia che salva, resta il battito.
“Do you want to be loved?” tocca il bisogno più vulnerabile: anche nella fame materiale c’è fame di amore e riconoscimento, e questo può diventare strumento di controllo. “NO MORE CRY” e “SMILE AGAIN” rimangono ambigui: possono essere comandi di forza per non sprofondare, ma anche slogan inquietanti di positività forzata—ridere nell’inferno. L’ultima parentesi lo dice chiaramente: “This place is hell. There is no paradise.” Se il paradiso non esiste, allora la danza diventa un modo per fabbricare senso comunque.
In conclusione, il “New World” non è un futuro luminoso, ma la terra ruvida dopo la fine del vecchio ordine. Eppure il testo sostiene che, finché qualcuno continua a danzare e a cercare i propri amici, il mondo non è davvero finito: la speranza non è un’idea, è un’azione ripetuta, incarnata, condivisa.

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